Quello del XXI secolo è un mondo frenetico, in cui tutto si muove incessantemente: la parola d’ordine è “velocità”, il motto è “non fermarsi”. New York è la città che non dorme mai e, come questa, tante altre metropoli e tanti altri posti sono pervasi da un movimento implacabile; movimento di cose, informazioni, traffici, persone. Per strada non ci sono individui, persone distinte e distinguibili, con le loro peculiarità e personalità, bensì la folla. E’ la folla la vera protagonista della società moderna, entità che sussiste di per sè e turbine in cui le esistenze individuali si perdono e si annullano.

Nell’opera dal titolo Situazione della classe operaia in Inghilterra, Engels espone il suo sgomento riguardo lo spaventoso numero di persone che si aggirava per Londra, e scrive:

“Già il brulichio delle strade ha qualcosa di spiacevole, qualcosa contro cui la natura umana si ribella. Queste centinaia di migliaia di persone si sorpassano in fretta, come se non avessero nulla in comune. L’indifferenza brutale, la chiusura insensibile di ciascuno nei propri interessi privati, appare tanto più ripugnante e offensiva quanto più alto è il numero degli individui addensati in breve spazio.”

Questa citazione da un’opera del 1845 sembra essere attuale ora più che mai, dal momento che gli individui post-moderni non fanno altro che correre, affrettarsi, adempiere ai mille e mille impegni fissati nelle loro giornate. Ma dove vanno tutti, anzi, dove andiamo?

Si può trovare la risposta a questa domanda se si comprende che la natura della nostra società ha plasmato e mutato inevitabilmente l’esistenza umana. La società industriale avanzata esige ritmi incessanti di produzione dei beni, richiede una produttività elevata nel minor tempo possibile e si basa sull’efficienza, la capacità tecnica e l’eliminazione degli sprechi (e la produzione di merci e spreco). E la vita dell’uomo deve essere così, deve assumere queste sembianze se vuole essere capace di sopravvivere in un mondo del genere.

Siamo così condannati ad essere produttivi, efficienti, ad eliminare le attività che ci rallentano e che sono considerate fonti di spreco di tempo e risorse; dobbiamo avere l’agenda piena e a fine giornata essere soddisfatti delle mille mansioni che abbiamo svolto a dovere. Non ci possiamo permettere distrazioni, perchè la concentrazione è tutto e dobbiamo “correre” se non vogliamo rischiare che tutto vada più veloce di noi. Siamo vittime di uno stress e di ansie che lo stesso sistema creato da noi ci impone.

In circostanze come queste, spogliati della nostra vera natura, essere in grado di riappropriarsi della propria umanità è un atto di coraggio. Bisogna saper imparare a rallentare. Rallentare non vuol dire prendersi un giorno di ferie o farsi una vacanza al mare. Rallentare significa portare la propria vita ad un ritmo sostenibile, scandito da attività vere e che ci fanno stare bene e non ad un ritmo dettato dalla produzione.

Trovare il tempo di leggere un buon libro davanti a una tazza di tè, passeggiare in mezzo alla natura, creare qualcosa con le proprie mani, trascorrere un tempo di qualità con le persone care, riflettere: questo vuol dire saper rallentare. Riappropriarsi della propria dimensione umana e saper riscoprire anche la solitudine. In una conferenza tenuta a Parigi, Marcuse disse:

“La solitudine, la condizione dalla quale attinsero la loro forza le idee e le emozioni trascendenti, è divenuta pressochè impossibile”.

E’ impossibile restare soli con i propri pensieri: se non siamo circondati da altre persone c’è la tv, il pc, lo smartphone: siamo connessi in modo globale, non siamo mai soli.

La solitudine non implica un allontanamento da tutto e tutti, non significa rinunciare alla compagnia degli altri, ma ritagliare dei momenti in cui ascoltare il suono dei propri pensieri, per riscoprire e apprezzare se stessi e gli altri.

 

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2 thoughts on “L’importanza del saper rallentare

  1. Leggendo l’articolo non ho potuto fare a meno di ripensare al concetto di divertissement elaborato da Pascal: inevitabilmente gli uomini hanno paura di restare da soli con i propri pensieri, e sono bravissimi a trovare distrazioni pur di non restare a tu per tu con se stessi. Ora, si noti, questa societá capitalista sembra orientata proprio verso l’accumulo crescente di distrazioni. Una societá costruita apposta per pensare meno possibile, piú un formicaio che una vera societá umana. Una societá che ci aliena da tutto: da noi stessi e dagli altri. Secondo me ogni creatura ha necessitá di un suo spazio vitale, e la metropoli odierna violenta questa necessitá ontologica: non é strano che nella societá attuale, con le comunicazioni piú facili che mai, con Skype, social network, messaggistica cellulare, nessuno sfrutti le vere potenzialitá di tutta questa potenzialmente immensa possibilitá di comunicare? E nonostante sia oggi più facile comunicare con le persone distanti, proprio per questo prestiamo meno attenzione alle persone vicine. Pensa a quanta gente conversando controlla il cellulare per leggere le notifiche su what’sapp….Mi ha sempre colpito una considerazione fatta da Tiziano Terzani su Tokyo: la definí senza mezzi termini “un’immensa sala giochi”. Luci ovunque, ovunque folla, ovunque divertissement. E poi la gente si presentava con il biglietto da visita: in Giappone ognuno é una maschera, un ruolo sociale, non una persona autentica. E purtroppo noi non siamo l’eccezione. Dobbiamo correre verso le maschere che ci imprigioneranno tutta la vita, creare performance, superare tutti. Ma nel frattempo siamo sempre piú falsi e inumani, sempre più opportunisti e superficiali. Meglio quindi rallentare e riscoprire la propria umanitá: il lavoro, la carriera, sono cose importanti ma non possono essere tutto nella nostra vita.

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